L'io nell'era tecnologica

“Non esistono fatti, solo interpretazioni” è questo un celebre aforisma nietzschiano che attacca il principio di realtà. Non esistono fatti che si presentino come realtà in sé, dotati di un valore assoluto per il quale possano imporsi rispetto ad altri fatti. Posta questa negazione, quelli che chiamiamo fatti in realtà sono tali soltanto per il soggetto che li enuncia, quindi sono solo interpretazioni. Com’è noto, questa prospettiva vuole aprire la possibilità di dichiarare il superamento dei valori tradizionali che nella cultura occidentale hanno svolto il ruolo di riferimento per distinguere il bene e il male. Così, parafrasando il titolo di una delle opere più famose del filosofo tedesco, “al di là del bene e del male” rimane solo la volontà di potenza che pone se stessa come principio di realtà. Lo stesso aforisma, specialmente nella seconda parte, che riduce il mondo dei fatti a mondo di interpretazioni, significa anche che il senso dell’esistere del soggetto può ritrovarsi soltanto nella relazione con gli altri, quindi nella comunicazione e nel linguaggio. È nel campo ermeneutico dunque che bisogna cercarlo. Qui però l’esperienza si presenta in una molteplicità di sensi, sia per i diversi ambiti di indagine scientifica, che coesistono secondo gli interessi specifici delle scienze, sia perché gli stessi fatti possono essere interpretati con intenzioni e metodi diversi e perfino opposti1. In quest’ultimo caso è evidente che il campo ermeneutico si caratterizza per una conflittualità che richiede un superamento e una unificazione. Questo sforzo è stato da sempre la sfida che contraddistingue la filosofia. Ma affermare che il conflitto delle interpretazioni2 pone innanzitutto il compito di una sua unificazione non significa già porre un’ipoteca all’orientamento della ricerca filosofica che si giudica necessaria? Infatti implica il superamento della volontà di potenza come affermazione esclusivamente soggettiva e nello stesso tempo pone la ricerca con una intenzione di universalità che vale come volontà di aprirsi all’altro, oltre che come volontà di conoscere se stessi. La storia dell’odissea della coscienza testimonia che l’io non può essere identificato con la pura volontà di autoaffermazione, ma ha bisogno di recuperare se stesso dalla dissipazione del sé negli atti della vita anche con le sue sconfitte e le sue fragilità. In questo sforzo egli si ritrova innanzitutto nel linguaggio perché questo è l’orizzonte in cui si manifesta il senso del proprio vivere nella ricerca di una coerenza data dal confronto con l’altro oltre che da una adesione interiore agli atti del proprio sentire e del proprio pensare. Questi sono i termini in cui si può avvertire oggi il bisogno della filosofia come ripresa di sé da parte del soggetto. Non è la pura ripetizione di un percorso già compiuto da altri, anche se il riferimento alle posizioni filosofiche esemplari accompagna e sostiene sia per il confronto di idee che per i modelli di ricerca e di accordo. In tale modo l’esperienza maturata nella propria storia culturale crea le condizioni per lo sviluppo di una ricerca originale. Ciò spiega l’organizzazione interna di questo lavoro: nella prima parte, tenta di sviluppare una ricostruzione critica del quadro culturale del nostro tempo in cui si colloca l’indagine sull’io, perciò il fenomenismo viene assunto come concetto chiave che distingue e muove dall’interno la visione del mondo contemporaneo; nella seconda parte, si cerca la saldatura fra le istanze profonde del soggetto e tutti i possibili percorsi della sua comprensione. La prima ha il carattere di una interpretazione storico-filosofica, la seconda quello di una ricerca in cui si ripercorrono le sfaccettature dell’analisi teoretica con la speranza di illuminare un angolo ancora oscuro. Infine, un’avvertenza. Alcune citazioni giudicate particolarmente significative sono inserite cercando di rispettare il loro senso nella pagina contestuale. Purtroppo, ed è un fatto inevitabile, nella costruzione di un nuovo testo si cita estrapolando le idee dalle fonti e provocando una frammentazione che ne impoverisce il loro valore. Nella programmazione degli spazi e dei ritmi di questo lavoro ho ritenuto utile tener conto anche di questo problema, riducendolo per quanto possibile e sperando di aver accresciuto così la comprensione e il “piacere” del testo.

di Antonino  La Russa

Per anni professore ordinario di Filosofia e Storia nel Liceo scientifico e poi in quello classico, Antonino La Russa, come professore a contratto, ha insegnato anche Filosofia teoretica e Filosofia della comunicazione presso l’Università di Verona. Le sue ricerche filosofiche sono caratterizzate da due interessi dominanti: per il problema della conoscenza, con studi sul filosofo veronese Giuseppe Zamboni (vari articoli in volumi miscellanei e riviste specializzate e la cura di due inediti in Sei opuscoli zamboniani su Husserl, su Kant, sulla causalità, IPL, Milano 1990), e per l’inquadramento storico e l’interpretazione delle problematiche di filosofia della scienza. In quest’ambito ha pubblicato Dal cielo antico all’universo macchina, Canova, Treviso 1994 (1995, seconda edizione), Dalla crisi del meccanicismo alla complessità, Canova, Treviso 1999, L’io nell’era tecnologica, QuiEdit, Verona 2006, Un’idea della filosofia, QuiEdit, Verona 2007 e Lo scacco e la ripresa, QuiEdit, Verona 2009. Attualmente è impegnato in ricerche archivistiche sul periodo padovano (1592-1610) della vita di Galileo Galilei.

L'io nell'era tecnologica

Caratteristiche Tipografiche

Pagine 128
Formato 14x21
Rilegatura Cucita
   

Edizione Italiana

Ultima Edizione Stampa  2006
Anno 2006
ISBN 88-89480-94-7