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    Scrivere lettere nel XVIII secolo

    26,60

    di Fabio Forner

    Scrivere una mail, più raramente un biglietto o una lettera cartacea, è un’attività oggi molto comune. Esistono però regole da rispettare se si vuole che il messaggio sia recepito in modo conforme alla nostra volontà. Comunicare per iscritto con chi è lontano da noi è, insomma, un’arte, che per alcuni può diventare un mestiere. Così è sempre stato anche in passato.

    Nel Settecento, per molti versi il secolo degli epistolari, furono stampate non poche opere per insegnare i segreti dell’arte di comporre una buona lettera: allo studio di questi testi è dedicato il presente saggio. Si indagano qui pubblicazioni anche molto diverse fra loro che, nonostante oggi siano spesso dimenticate, ebbero talvolta grande successo nel XVIII secolo. Conduco in questo mio studio l’analisi solo di manuali e trattati di argomento epistolare scritti in volgare da autori italiani durante il XVIII secolo.

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    Adottare uno sguardo

    9,50

    L’adozione nella letteratura italiana del Cinquecento e dell’Otto-Novecento

    di Lorenzo Carpanè

    “Su queste colline quarantanni fa c’erano dei dannati che per vedere uno scudo d’argento si caricavano un bastardo dell’ospedale, oltre ai figli che avevano già. C’era chi prendeva una bambina per averci poi la servetta e comandarla meglio; la Virgilia volle me perché di figlie ne aveva già due”. (Cesare Pavese, La luna e i falò)

    “La mente di Marianno s’aperse il giorno in cui abbandonò l’ospizio. Da quel giorno ricordò […]. Aveva aperto gli occhi dal sonno dell’infanzia come li apre il dormente se viene strappato dal suo giaciglio. E quel giorno restò nel ricordo come una muraglia. Al di là non un bagliore: La cieca vita della pianta”. (Italo Svevo, Marianno)

     

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