Lingua e letteratura italiana

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    Vittorio Betteloni

    di Ernesto Guidorizzi

    Relegato tra i “minori” da una vecchia tradizione critica, Vittorio Betteloni si rivela quale poeta vero in molte sue pagine liriche, narrative e anche saggistiche, secondo una lettura rinnovata della sua opera.

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    La lingua italiana e l’idea di nazione

    di Mirella Spiritini Massari

    “Non so a voi, ma a me capita a volte di avere un’intuizione che però presenta tante facce difficili da identificare e raccordare. Siamo davanti a mille rivoli e non ci resta che darci da fare per mettere ordine e distinguere i vari argomenti cercando di creare una progressione accettabile.

    Iniziamo dalla parola.

    La parola ci distingue in quanto uomini. L’uomo ha dato un nome alle cose, ai sentimenti, agli dei. Tuttavia la parola in sè è uno strumento, che viene usato dal pensiero per esprimere un’idea o per raccontare una storia. Per di più i significati delle parole spesso col passar del tempo subiscono delle modifiche; insomma hanno a che fare con la storia.

    Dunque la parola, il linguaggio, la storia.

    A questo punto mi è sembrato giusto scegliere tra le tante la parola Italia. L’Italia anticamente era considerata un luogo geografico, nel quale gli intellettuali ancora scrivevano in latino, anche se con molte semplificazioni. Il popolo parlava ormai una lingua volgare, discesa dal latino e diversa nelle varie regioni. Si passa presto al diffondersi di una lingua colta, che è ancora un volgare, ma è soprattutto lingua italiana.

    Dunque l’Italia non è più solo un luogo geografico, ma è un paese unito nella cultura, nel linguaggio, nella storia. In Europa l’Italia è considerata maestra di civiltà, ma nessuno la considera un possibile stato: anche quando le Signorie sono ricche e potenti, c’è sempre la mano straniera che si garantisce il potere supremo.

    Pur con questi limiti tra gli intellettuali si è ormai diffuso il senso della libertà di pensiero, liberando la cultura dalle ristrettezze imposte dalla Chiesa. L’Illuminismo significa tutto questo ed offre alla letteratura uno spazio nuovo. Il Rinascimento trae origine da questo spirito di libertà. Siamo al culmine del Rinascimento nel momento del massimo splendore e tuttavia vi è nell’aria un’inquietudine che risuona nell’opera di molti poeti. Insomma non siamo più al Quant’è bella giovinezza. Il mondo dell’Ariosto, per esempio, solo ad uno sguardo superficiale può apparire sereno. In realtà è pieno di avventure confuse e gratuite, nasconde dunque una visione negativa della vita. Arriviamo poi presto alla controriforma, che blocca la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero; nascono allora solo innocue poesiole e canzonette.

    Il pensiero è comunque sempre vivo e nasce l’Illuminismo con filosofi francesi come Voltaire, Rousseau, Montesquieu ed italiani come Verri, Parini, Cesare Beccaria. I filosofi dunque lavorano e diffondono un pensiero nuovo, presto colto in Francia nel suo significato politico. E siamo alla rivoluzione. Le barricate, Napoleone, un primo assaggio di libertà poi tradito dal dittatore; il tempo corre ed una certa idea dell’Italia prende forma.

    La scossa arriva alla fine del Settecento, quando inizia a farsi strada un pensiero nuovo, nel quale in Italia trova posto l’idea di uno stato. Per realizzarla occorsero molti decenni, molte guerre e molti morti; alla fine pian piano si costruì uno Stato, sempre tuttavia con i confini contesi e spesso incerti.

    (dall’Introduzione)

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    Gli ospiti di Resia

    di Quirino Viviani

    a cura di Corrado Viola

    Nel 1827, a Udine, l’ormai quarantaduenne Reimondo Cortelazis si univa in matrimonio con la ventiduenne Teresa Vorajo. Benchè gli sposi non appartenessero al gotha dell’aristocrazia friulana – il Cortelazis era anzi di famiglia borghese per quanto influente e facoltosa – gli sponsali destarono una competente mobilitazione locale, che fece gemere i torchi non solo nel capoluogo friulano ma anche nella Dominante, sia pure coinvolgendo nomi di fievolissima o nulla rinomanza letteraria. In aggiunta ai soliti versi epitalamici, gli sposi si videro altresì dedicare un nuptiale in prosa di genere inconsueto. Si trattava di un “romanzetto” epistolare, pubblicato dapprima sotto l’anodino titolo di Lettere inedite, e subito ristampato con addizioni come Gli ospiti di Resia. Ne era autore l’abate Pietro Domenico Viviani noto con il nom de plume di Quirico.

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    Issipile – Tragedia

    di Corrado Viola

    Tra i manoscritti pindemontiani della Biblioteca Civica di Verona, giace l’autografo, finora inedito, di una tragedia incompiuta di Ippolito Pindemonte, l’Issipile. Ideata e stesa tra il 1798 e il 1800, nei tempi avversi della «gran tragedia europea», questa «tragedia tutta amor materno e figliale» – così l’autore stesso, del resto pronto a esibire nel nome arcadico, Polidete Melpomenio, la sua particolare devozione alla musa del coturno – incrementa in misura non disprezzabile un corpus tragico che, nel complesso, riesce tutt’altro che ampio. Un misurato patetismo tardo-settecentesco – o, se si preferisce, post-illuministico – sommuove le venerande spoglie del mito greco: e ritornano, variamente declinati e strettamente connessi, temi ben cari alla meditazione del poeta veronese, dal motivo antibellicista a quello dell’allattamento al seno e della ‘vera’ maternità.

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    Sognando un dolce andare

    di Elisabetta Zampini

    Rufina Ruffoni, nobildonna veronese vissuta tra l’inizio e la pienezza del Novecento, ha pubblicato un’unica raccolta di poesie intitolata Sognando un dolce andare. Era il 1950 ma il libro accoglieva una lunga esperienza poetica maturata tra le stanze ed il giardino della Pavarana, luogo fondamentale nella formazione culturale e letteraria di Rufina.

    L’aristocratica dimora ospitava intellettuali, poeti e artisti di notevole pregio, aperti all’emozione di nuovi linguaggi, dalle avanguardie fino alle più liriche e riposte manifestazioni. Margherita Lochis, madre di Rufina, animava e sosteneva il festeggevole ragionare di quanti cercavano un reciproco confronto e conforto nel dirsi, attraverso la musica, l’arte, la poesia, il teatro. Era infatti nipote di Alfredo Piatti, il virtuoso del violoncello che conquistò Londra, e apparteneva a quella medesima famiglia Lochis la quale, per tramite del conte Guglielmo aveva creato la favolosa pinacoteca nella villa alla Crocetta di Mozzo, sui declivi vicino a Bergamo.

    Gli incontri del cenacolo culturale ispirarono a Rufina studi, letture, riflessioni e immagini le quali però si univano, e questo è il dato significativo, ad una lunga tradizione che fluiva da un passato remoto e che tendeva alla mirabile armonia tra l’opera dell’uomo e l’incanto della natura. E a partire dai versi di Rufina, in un viaggio a ritroso lungo le vicende della sua famiglia intrecciate indissolubilmente alla visione del locus amoenus, viene ritrovata quella sorgente antica, fino a giungere alla purezza del paesaggio che si fa eloquente ed esso stesso narratore di un sogno.

    La poesia di Rufina Ruffoni testimonia l’esito estremo e definitivo di un’utopia, ovvero di una civiltà nella quale la terra abitata (ed il cielo sovra essa) non era solo il bene da sfruttare e da utilizzare ma era garante della propria esistenza, della propria bellezza. Ora, dopo lunghissimi anni di silenzio, questa poesia davvero significativa ritrova nuova luce.

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    Letteratura per l’infanzia (Anno accademico 2024-2025)

    Aspetti epistemologici, evoluzione storica e approfondimenti teorici

    di Luca G.M. Ganzerla e Silvia Blezza Picherle

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    Il Baretti vostro. Lettere inedite di Giuseppe Baretti

    di Francesca Luigia Savoia

    Riportando alla luce, raccogliendo e commentando sette nuove missive di Giuseppe Baretti, appartenenti tutte quante all’ultimo terzo della sua vita, quand’egli finì per stabilirsi definitivamente in Inghilterra, questo volumetto vuole attestare l’importanza davvero vitale che lo scriver lettere rivestì, sia personalmente che professionalmente, per lo scrittore emigrato. I testi di questa raccolta confermano Baretti come uno dei prosatori italiani più avvincenti, informativi e leggibili del Settecento, e confermano altresì la sua insaziabile curiosità intellettuale e il suo profondo rispetto per lo studio delle lingue straniere come effettivi strumenti di esplorazione e conoscenza umana e culturale.

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    Leggendo la Divina Commedia – Il Sole

    di Ernesto Guidorizzi

    Quale immagine sublime, ricorre lo splendore del sole nella Divina Commedia. E come i frammenti di luce si spandono dal cielo alla terra, così i frammenti poetici, che Dante ha dedicati all’astro generoso di bellezza e vita. Sono frammenti poetici, i quali si fanno leggere come bagliori che incantano gli sguardi, rivivendoli nel Poema

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