Elisabetta Zampini

Elisabetta Zampini

Elisabetta Zampini vive ed insegna a Verona. Si dedica allo studio della letteratura, in particolare alla poesia italiana fra Otto e Novecento. Insegna Letteratura italiana alla Fondazione Toniolo, collabora con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Facoltà di Scienze della Formazione. Oltre ai saggi su riviste letterarie, ha pubblicato le raccolte poetiche Acqua e Menta (2006), Riverberi (2011) e le monografie Nel grido d’una gioia. La voce di Ida Vassalini, Verona 1891 – Milano 1953 (2013) e Sognando un dolce andare, Rufina Ruffoni: una grande poetessa dimenticata (2015), Premio Fratelli Vassalini 2016 dell’Istituto di Scienze Lettere ed Arti di Venezia. Attualmente sta curando proposte didattiche sulla poesia nell’educazione letteraria per la scuola primaria.

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    Nel grido d’una gioia

    13,30

    di Elisabetta Zampini

    Torna a parlare la voce di una donna straordinaria, vissuta nella prima metà del Novecento fra Verona e Milano.

    Ida Vassalini fu una personalità ecclettica, severa e poetica, dolente ma innamorata dell’infinito. Attraverso di lei si riscoprono con emozione i momenti più fecondi che hanno animato il Novecento.

    La ricerca di un’esperienza religiosa autentica, rinnovata e libera, ed il sogno della fratellanza universale e della cooperazione fra i popoli divennero in lei un richiamo urgente. Fu segretaria della sezione italiana della Lega Femminile Internazionale per la Pace e la Libertà (WILPF), s’impegnò per l’abolizione della pena di morte e per la costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Come Maria Montessori, vide nell’educazione nel bambino la nascita di un mondo nuovo.

    Il lei si incontrano la tradizione dell’Occidente e il sentiero luminoso dell’Oriente: dopo aver studiato il sanscrito e il pali, tradusse la Bhagavad Gita e il Dhammapada, veri tesori dell’India. Ispirata dai filosofi Pietro Martinetti e Giuseppe Rensi, fece del “dubbio” il suo punto di vista sull’esistenza per liberare il pensiero da ogni forma autoritaria e dogmatica. Lasciò nel canto, nelle liriche, la speranza della gioia.

    Questo è il primo libro a lei dedicato.

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    Sognando un dolce andare

    9,50

    di Elisabetta Zampini

    Rufina Ruffoni, nobildonna veronese vissuta tra l’inizio e la pienezza del Novecento, ha pubblicato un’unica raccolta di poesie intitolata Sognando un dolce andare. Era il 1950 ma il libro accoglieva una lunga esperienza poetica maturata tra le stanze ed il giardino della Pavarana, luogo fondamentale nella formazione culturale e letteraria di Rufina.
    L’aristocratica dimora ospitava intellettuali, poeti e artisti di notevole pregio, aperti all’emozione di nuovi linguaggi, dalle avanguardie fino alle più liriche e riposte manifestazioni. Margherita Lochis, madre di Rufina, animava e sosteneva il festeggevole ragionare di quanti cercavano un reciproco confronto e conforto nel dirsi, attraverso la musica, l’arte, la poesia, il teatro. Era infatti nipote di Alfredo Piatti, il virtuoso del violoncello che conquistò Londra, e apparteneva a quella medesima famiglia Lochis la quale, per tramite del conte Guglielmo aveva creato la favolosa pinacoteca nella villa alla Crocetta di Mozzo, sui declivi vicino a Bergamo.
    Gli incontri del cenacolo culturale ispirarono a Rufina studi, letture, riflessioni e immagini le quali però si univano, e questo è il dato significativo, ad una lunga tradizione che fluiva da un passato remoto e che tendeva alla mirabile armonia tra l’opera dell’uomo e l’incanto della natura. E a partire dai versi di Rufina, in un viaggio a ritroso lungo le vicende della sua famiglia intrecciate indissolubilmente alla visione del locus amoenus, viene ritrovata quella sorgente antica, fino a giungere alla purezza del paesaggio che si fa eloquente ed esso stesso narratore di un sogno.
    La poesia di Rufina Ruffoni testimonia l’esito estremo e definitivo di un’utopia, ovvero di una civiltà nella quale la terra abitata (ed il cielo sovra essa) non era solo il bene da sfruttare e da utilizzare ma era garante della propria esistenza, della propria bellezza. Ora, dopo lunghissimi anni di silenzio, questa poesia davvero significativa ritrova nuova luce.

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