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    Istruzioni d’uso per diventare più buoni

    di Giuliano Bergamaschi

    Cercare di comprendere che cosa sia il buono ed il cattivo è un tema fondamentale dell’esistenza umana: ancora di più oggi considerato il rischio concreto dell’affermazione nel mondo del non uomo. Occorre arrestare la brama di distruzione di tutto ciò che di umano vi è nel mondo! L’etica si deve impegnare in questa battaglia di umanizzazione poiché pienamente coinvolta nella relazione tra il potere della soggettività e della comunità e l’indigenza altrui: mettere il proprio potere a servizio dell’indigenza o sfruttarla? Il mio fare, il mio disporre ed il mio usare nei confronti dell’indigenza – come descritto nella parabola del buon Samaritano – debbono essere animati dal cuore di pietra del levita e del sacerdote o dal cuore coinvolto del Samaritano? I primi evitano il malcapitato picchiato e derubato dai briganti, il secondo si fa prossimo al malcapitato. Il sì ed il no nei confronti dell’indigenza del malcapitato ci svela il buono o cattivo del nostro esistere etico o per umanizzare o per disumanizzare. Esiste il Samaritano perfetto? No! Ma non possiamo e non dobbiamo esimerci dal diventare come lui.

    15,00
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    Itinerario filosofico

    di Giuseppe Zamboni (a cura di Antonino La Russa)

    Come chiarisce il sottotitolo, Dalla propria coscienza all’esistenza di Dio, l’Itinerario filosofico di Giuseppe Zamboni (1875-1950) intende prendere in esame, in modo sistematico, le ragioni della trascendenza di Dio, fino a giungere al confine della possibilità di un assenso di fede. Un percorso di ricerca che l’Autore affronta “dal vivo” in un ciclo d’incontri tra l’autunno del ’46 e la primavera del ’47 e che pubblica nel 1948.

    Ne scaturisce un’opera coinvolgente, perché Zamboni, in continuità con le sue ricerche, attraverso un’analisi dei processi conoscitivi sviluppa una rigorosa indagine gnoseologica, riuscendo a offrirci valide prospettive, e forti argomentazioni, nel campo dell’antropologia, dell’etica e della metafisica. Comincia da ciò che si presenta e si manifesta nell’immediatezza sensibile della vita della coscienza per individuare, attraverso gli atti funzionali dell’intelligenza e della volontà, l’esperienza delle oggettività

    caratterizzate da differenti valori entitativi.

    Ciò che per il senso comune, e anche per tanti filosofi, è oramai scontato viene riscoperto in un’armonia in cui l’io, nell’autotrasparenza della consapevolezza di sé, dà vita a una nuova comprensione. In questo sfondo, il discorso su Dio si viene modellando come ricerca autonoma, tesa a cogliere gli elementi soprasensibili che possano rinviare, speculativamente, a un ente assoluto, capace di ridare senso alla realtà che, altrimenti, si dibatterebbe «nell’assurdo, nella tenebra e nel silenzio».

    18,00
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    Karl Jaspers. Tra filosofia e scienza

    di Ivan Valbusa

    Al di là della molteplicità degli interessi, l’intera opera di Karl Jaspers appare animata dall’idea di fondo che scienza e filosofia sono legate da un intreccio indissolubile, pena la morte di entrambe: come non si dà filosofia contro la scienza («chi desidera la filosofia […] desidera anche la scienza»), così non si dà nemmeno filosofia al di fuori della scienza («le scienze costituiscono inevitabilmente il campo in cui deve orientarsi ogni filosofia che voglia pensare secondo verità»). In tal senso, attraverso l’esame critico dei testi più significativi del pensatore di Oldenburg e il confronto con alcuni temi centrali dell’epistemologia classica e contemporanea, il libro intende mostrare come solo un dialogo consapevole, sereno e non ideologico tra le due discipline possa scongiurare ogni forma di scientismo da una parte o di dogmatismo dall’altra.

    Il presente lavoro si rivolge, in primo luogo, a quegli scienziati che nella loro pratica hanno incontrato i limiti della scienza e si sono interrogati su questioni di senso: gli scienziati che, più o meno consapevolmente, si sono fatti filosofi. Avrà raggiunto un buon risultato se riuscirà a offrire loro ulteriori spunti di approfondimento e di ricerca. In secondo luogo, è rivolto anche a quei filosofi che o non conoscono Jaspers, oppure lo ritengono un profeta dell’antiscienza e del pensiero olistico: la speranza è, in tal caso, quella di restituire la complessità della sua ricerca filosofica, superando le facili semplificazioni storiografiche del momento.

    16,00
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    L’io nell’era tecnologica

    di Antonino La Russa

    “Non esistono fatti, solo interpretazioni” è questo un celebre aforisma nietzschiano che attacca il principio di realtà. Non esistono fatti che si presentino come realtà in sé, dotati di un valore assoluto per il quale possano imporsi rispetto ad altri fatti. Posta questa negazione, quelli che chiamiamo fatti in realtà sono tali soltanto per il soggetto che li enuncia, quindi sono solo interpretazioni. Com’è noto, questa prospettiva vuole aprire la possibilità di dichiarare il superamento dei valori tradizionali che nella cultura occidentale hanno svolto il ruolo di riferimento per distinguere il bene e il male. Così, parafrasando il titolo di una delle opere più famose del filosofo tedesco, “al di là del bene e del male” rimane solo la volontà di potenza che pone se stessa come principio di realtà.

    Lo stesso aforisma, specialmente nella seconda parte, che riduce il mondo dei fatti a mondo di interpretazioni, significa anche che il senso dell’esistere del soggetto può ritrovarsi soltanto nella relazione con gli altri, quindi nella comunicazione e nel linguaggio. È nel campo ermeneutico dunque che bisogna cercarlo.

    Qui però l’esperienza si presenta in una molteplicità di sensi, sia per i diversi ambiti di indagine scientifica, che coesistono secondo gli interessi specifici delle scienze, sia perché gli stessi fatti possono essere interpretati con intenzioni e metodi diversi e perfino opposti1.

    In quest’ultimo caso è evidente che il campo ermeneutico si caratterizza per una conflittualità che richiede un superamento e una unificazione. Questo sforzo è stato da sempre la sfida che contraddistingue la filosofia.

     

    12,00
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    La coscienza come ricerca di senso

    di Giuliano Bergamaschi

    L’uomo è un essere di senso; il senso per l’uomo è essenziale non tanto perché senza senso egli “non può” vivere, ma perché è ciò senza cui egli non “vuole vivere”. L’essenzialità del “bisogno di senso” deriva proprio dal fatto che è proprio tale bisogno a sostanziare come umano ogni altro ulteriore bisogno e desiderio. Nell’ambito di queste constatazioni fenomenologiche la coscienza intenziona di senso i vari vissuti con una “presa di posizione” – vera nota personale dell’individualità – in cui la stessa coscienza non solo si vive ma diventa protagonista dei propri atti. L’esercizio della “presa di posizione” attraverso il significativo e non significativo per me fa emergere il mondo dei valori, che induce la coscienza ad aprirsi interiormente ad essi per realizzarsi. Il conosciuto si dà come bene o come male? Ecco la responsabilità della propria progettualità. L’atto di cogliere e la presa di posizione risultano quindi reciproci: la rappresentazione del mondo significa vedere le cose attraverso la dimensione assiologica, indispensabile per evitare l’assurdità dell’assenza di senso. Gli scritti di questo volume intendono esplorare – secondo un’ispirazione cristiana – la coscienza nella sua ricerca di senso nell’ambito di essenziali dimensioni della vita umana quali l’etica, la motivazione, la fatica, la fiducia e la politica. Nell’appendice si riporta la traduzione di un testo di Montesquieu, Elogio della Sincerità (1719 ca.), un tema molto significativo. La sincerità è presupposto per ogni domanda vera sulla ricerca del nostro senso di vita.

     

    11,00
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    La Fenomenologia nella Settima Stanza: Gerda Walther ed Edith Stein

    di Lucia Vantini

    Con Edith Stein e Gerda Walther la fenomenologia si spinge nella settima stanza, addentrandosi nello spazio straordinario e inquieto dell’esperienza mistica. Qui il mondo si esprime nella forma di un’oscurità feconda, capace di trasformare e rigenerare le storie. Queste due donne hanno saputo farne un tesoro da spartire, ispirando con la loro scrittura non solo le singolarità ma anche quelle piccole e grandi comunità che non si rassegnano a vivere di apatia verso le esistenze e i destini più feriti.

    16,00
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    La realtà e l’io

    di Ferdinando Luigi Marcolungo

    Il presente volume è frutto delle ricerche sul pensiero di Giuseppe Zamboni avviate a partire dalla pubblicazione degli inediti, che hanno consentito una conoscenza del suo pensiero al di là degli schemi della polemica attorno al problema del realismo e in particolare alla precedenza o meno della metafisica rispetto alla gnoseologia.

    Tali contesti problematici impedivano di comprendere le ragioni delle posizioni zamboniane e soprattutto le staccavano dalle problematiche a partire dalle quali avevano preso le mosse, in particolare il positivismo di fine Ottocento, rappresentato in Italia e a Padova, dove Zamboni studiò, dalla figura di Roberto Ardigò, il Maestro del positivismo italiano.

    12,00
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    La terra Il vento

    di Paola Polettini

    Questo libro presenta una Raccolta di poesie e l’ultima parte di una ricerca intesa a mantenere in correlazione l’origine biofisica del vivente, in quanto processo generativo, e la dinamica dei sistemi complessi, mediante i quali viene descritto gran parte del lavoro delle scienze fisiche e della biologia: sistemi che pur nelle relative differenze hanno in comune il movimento della free-energy implicato nei processi di trasformazione.

    La rilevazione delle corrispondenze formali, che possono essere interpretate come un Linguaggio, mi ha suggerito di accostare il potenziale espressivo dei networks complessi alla complessità formale e non solo semantica mediante la quale si alimenta e si compone il respiro poetico.

     

    14,00
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    Lo scacco e la ripresa

    di Antonino La Russa

    Con una metafora che contiene un certo fascino si può dire che la vita è una partita, una partita ingaggiata dal soggetto vivente, per cercare di dare senso al proprio essere nel mondo. In questa condizione lo scacco, anche se rinvia alla sconfitta, è il segno vitale della ricerca. Finché si vive, lo scacco ha un significato relativo, perché il vivere ci riserva la possibilità della ripresa della ricerca.

    La saggezza popolare esprime questa apertura alla possibilità della ripresa con il detto: “Finché c’è vita c’è speranza”. Chi lo pronuncia alza un po’ le spalle, come a far scivolare dietro di esse le preoccupazioni, e riprende a vivere la sua vita come prima, o quasi. Perché prima, come un’ombra, è passata l’idea che quella speranza ha un termine nella morte.

    12,20